Nuovi tessuti per il futuro: canapa, ortica – lo studio di Maeko

Se un cliente volesse un tessuto in argento e Yak per prima cosa chiederei: perché? Capire le intenzioni d’uso, conoscere le fibre – nella speranza di ricostruire una filiera italiana

La visione Ecologica di Mauro. È questo il significato di Maeko, azienda verticale specializzata in filati e tessuti naturali realizzati in Italia. Dopo aver lasciato il lavoro di osteopata nel 1998, Mauro Vismara si dedica alla ricerca e alla selezione delle materie prime iniziando una piccola produzione tessile dedicata alla canapa. Grazie all’incontro (nel 2009) e al sostegno di Cinzia, nasce un’impresa che nel volgere di undici anni riscuote molto successo nel settore del tessile naturale raggiungendo importanti volumi di produzione. Spiega Cinzia Vismara: «Siamo e vogliamo restare artigianali, proprio in questi giorni ho pensato che non siamo diventati grandi ma siamo forti. Il nostro obiettivo è quello di lavorare tutte fibre autoctone o europee con caratteristiche particolari, creando prodotti per ciascun cliente che raccontino una storia, a partire da piccole quantità, siamo in grado di dare la possibilità a tutti di realizzare i propri progetti». Etro, Ferragamo e Vivienne Westwood sono tra i clienti di Maeko.

A Milano si trova la sede operativa, a Biella la filatura, a Riva di Chieri (in provincia di Torino) la tessitura a navetta, a Varese la tessitura jersey e a Como la tintoria. Sono tessere di un mosaico che si è costruito nel tempo. «La filatura Filarte di Biella è un’attività che abbiamo incontrato a inizio dell’anno scorso (nel 2019). Non volevamo comprarla, ma volevamo trovare uno spazio per fare test sulla filiera della canapa. Quando siamo arrivati abbiamo visto un impianto perfetto e funzionante da sembrare un’orologeria. Questo ci ha spinto ad ampliare i nostri progetti. Anche se la pandemia ci ha rallentato non abbiamo rinunciato. Abbiamo concluso l’affare quest’anno», racconta Cinzia Vismara. Tutti gli impianti, i dipendenti che lavoravano nella filatura, l’ultima proprietaria e suo figlio (terza generazione alla guida della filatura di famiglia) sono stati assunti e continuano a lavorare all’interno dello stabilimento. La lavorazione delle fibre avviene per via meccanica, senza l’uso di prodotti chimici che ne potrebbero modificare la struttura originaria. Le fibre naturali utilizzate sono animali – lana (pecora, alpaca, Merino, Yak), seta e crabyon (si ricava dalla frantumazione di gusci di crostacei) – o vegetali – canapa, ortica, bamboo, cotone organico, Tencel (fibra ottenuta dalla cellulosa del legno) e alga (raccolta nei fiordi islandesi e lavorata in Austria). A queste va aggiunto il Nylon biodegradabile Amni Soul Eco, fibra realizzata con materia organica (biomassa) capace di decomporsi in soli cinque anni in ambiente anaerobico (rispetto alle centinaia di anni che servirebbero ad una fibra sintetica). Maeko utilizza anche delle fibre metalliche come Argento e Rame. In dosi controllate e dopo un particolare trattamento che adatta le fibre metalliche al tessuto, le naturali proprietà di questi elementi rendono i capi antibatterici, termoregolanti e più resistenti. Grazie alla filatura Filarte i prodotti Maeko, superando abbondantemente i passaggi minimi di trasformazione in Italia, acquisiscono la classificazione di origine preferenziale Italia.

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Coronavirus: in Italia arrivano le mascherine in canapa lavabili e riutilizzabili

La canapa come materiale tessile per la realizzazione di mascherine per il personale sanitario: è l’idea di Maeko tessuti, che ha già iniziato a regalare le prime a medici e infermieri in prima linea contro l’emergenza.

“Ci spaventava l’idea che tutti quanti stessimo facendo un uso improprio dell’usa e getta e che, dopo questo evento drammatico, avremmo avuto a che fare anche con tutti i rifiuti prodotti come camici, mascherine, guanti eccetera, un disastro”, racconta Cinzia Vismara di Maeko, sottolineando che: “Tra me pensavo che le soluzioni ci sarebbero state. Un giorno tramite Facebook ho visto un paio di video di dottori della vecchia guardia che raccontavano come una volta si facessero le mascherine in tessuto che poi venivano lavate a 90 gradi per essere riutilizzate. E allora ho iniziato a parlarne”.

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Marieclaire parla di Canapa e di Maeko tessuti & filati naturali

Mettete dei fiori (di canapa) nei vostri brand italiani rivoluzionari
Guida ragionata al mercato della canapa in Italia: chi c’è dietro i nuovi marchi rampanti della cosmesi (e oltre)?

Può essere usata in cucina, può diventare un tessuto o un pezzo di carta, può essere sfruttata in cosmetica e persino nella bioedilizia: da quando è stato possibile tornare a coltivarla anche in Italia, non si contano gli usi e le sperimentazioni per la pianta della canapa. C’è ancora chi ne parla sottovoce, ma mentre quella coltivata a uso medicale è sotto stretto controllo dello Stato, la canapa coltivata per uso industriale può essere lavorata per gli scopi più diversi (ovviamente parliamo di canapa legale, che rispetta tutte le limitazioni del caso). Il vantaggio è che si tratta di una coltivazione molto più sostenibile di altre, perché cresce molto in fretta, non ha bisogno di cure particolari e si usa la pianta per intero, per cui non esistono praticamente scarti. Per questo viene spesso indicata come una soluzione ecosostenibile in molti ambiti, oltre ad avere altre qualità che la rendono ambita (ha un alto contenuto di proteine vegetali ed è senza glutine, per esempio).

Fino alla Seconda guerra mondiale l’Italia era il secondo produttore al mondo di canapa, dopo l’Unione Sovietica, ed era apprezzata per l’alta qualità dei prodotti. Nelle varie lavorazioni si impiegavano migliaia di persone (nel 1923 il Canapificio Nazionale contava 20mila addetti). Tutto è lentamente cambiato con l’arrivo delle fibre sintetiche per i tessuti e dei materiali plastici derivati dal petrolio, insieme alle varie leggi che ne hanno vietato la coltivazione. Oggi Coldiretti stima un giro d’affari potenziale di oltre 40 milioni di euro, con gli ettari coltivati a canapa che sono decuplicati in cinque anni (dal 2013 al 2018). Un trend in crescita confermato dai dati di Scuola Canapa, un istituto con sede in provincia di Verona che tiene corsi e fa consulenza con agronomi e altri esperti per chi desidera avviare un business sulla canapa. Mentre l’anno scorso alcuni artigiani della città di Fabriano hanno lanciato un progetto per riproporre la carta di canapa, l’ambito di utilizzo più in evoluzione è quello della cosmesi, tanto che Scuola Canapa sta studiando un progetto specifico dedicato a creme e affini. Sul mercato esistono singoli prodotti di skincare a base di canapa ma anche il marchio Hempcare, del gruppo bergamasco Allegrini, che è completamente a base di olio di canapa bio, un olio ricco di antiossidanti, vitamine e minerali. Un mix benefico non solo per la pelle di viso e corpo, ma anche su capelli e cuoio capelluto. Una filosofia sposata anche dalle sorelle Vera e Simona Bernardini che già nel 2016 a Roma hanno fondato il marchio Bioversi, con creme viso, per uomo e donna, olio corpo e saponi naturali. Anche Verdesativa, altro marchio made in Italy di cosmesi a base di canapa, ha scelto la via del naturale per i suoi prodotti (viso, capelli, detersione e persino una linea bimbi e antizanzare), che infatti sono certificati vegani e hanno bandito dalla formule molti ingredienti come solfati, petrolati e ogm…ù

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Un’azienda italiana ha iniziato a produrre mascherine in fibra di canapa, lavabili e 100% naturali

Con quest’epidemia di Coronavirus, le mascherine sono diventate i dispositivi di protezione individuale per eccellenza, a tal punto che si fa non poca fatica a reperirne alcune. Le mascherine proteggono sicuramente dal rischio di contagio, ma sono anche estremamente inquinanti: molti sembrano non curarsi troppo di questo aspetto ambientale, ora che il problema principale è debellare il Covid-19, ma il nostro Pianeta ne soffre irrimediabilmente. A questo proposito, un’azienda italiana specializzata in tessuti naturali ha ideato un tipo di mascherina alla canapa, 100% naturale e riutilizzabile.

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Coronavirus, arrivano le mascherine in Canapa

Da oltre un mese a seguito della diffusione del Covid-19 anche in Italia è diventato normale l’utilizzo di mascherine per limitare il contagio tra le persone.

Questi dispositivi di protezione individuale sono quasi sempre sono usa e getta, quindi vanno a generare una quantità enorme di rifiuti non riciclabili. Purtroppo si sono già viste le prima testimonianze di mascherine di plastica buttate in giro, per terra sulle strade, come anche sulle spiagge e nel mare.

Fortunatamente stanno arrivando sul mercato anche mascherine riutilizzabili come si utilizzava un tempo negli ospedali: a differenza dei modelli in tessuto sintetico, per riutilizzare i presidi di protezione in sicurezza è sufficiente lavarle a temperature superiori a 60 gradi (si consiglia anche 90) e poi messe a bagno in soluzioni idroalcoliche o a base di ipoclorito di sodio.

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